Un articolo sul punk e i suoi portati culturali, mezzo secolo dopo il lancio.
(...)
Fanzines in piccole tirature dalla grafica creativa e un rozzo b/n; il ton sur ton di una filosofia scettica (Pretty Vacant: “I don't believe illusions”) sposata ad un abbigliamento consone, stracciato; modi di fare dall’infantile al rabbioso al militante in un’ampia gamma di psicologie e mercati; un ballo minimalista (il Pogo); un rituale di massa trasgressivo (lo sputo al e dal cantante); la platea che diventa interazione fisica; l’agorà scarica-adrenalina (il mosh-pit); gli echi bondage/S&M coi collari appuntiti da cane mastino, etc.
L’uniforme è musica dura e veloce, capelli colorati, piercing, carriarmati (le scarpe da tennis coi jeans sono la divisa punk dei Ramones, in USA,) birra, metamfetamina etc. Punk, insomma, s’è inventato da solo un mondo. Le cui schegge sono divenute parte di molte identità sociali del XXI secolo.
(...)
All’inizio del XX secolo, per restare in Italia, punk era l’intonarumori di Russolo dalle timbriche industrial-alienate.
Mezzo secolo dopo, nel 1964, The Wolfman di Robert Ashley (‘l’uomo lupo’ che sommesso emette una nota distortissima per una dozzina di minuti) già anticipava Alan Vega, facendo scappare gli spettatori ad Ann Arbor, Michigan. Curiosamente la culla (nel MidWest!) degli "Psychedelic Stooges” e dell’urlatore "Iggy Pop" Pochi anni dopo (fine ‘67) vi terranno il loro primo concerto
Che intanto (fine ’66) sono entrate nel circolo sanguigno quelle nenie di 10’ dei Velvet Underground, con Cale, vero punk dalla mirabile follia sonora. È invece di fine ‘70 l’inizio del ‘suicidio’ di Alan Vega e Martin Rev - la band Suicide - non come soluzione ma simbolo.
(...)
-------------------------------------------
Pubblicato su BlowUp magazine, numero luglio/agosto 2026