Luca D. Majer
Musica  ed altro  
 
Gap parallattici della musica neomelodica


Frammenti di un articolo sulla musica neomelodica napoletana degli anni 2010, pubblicato su Blow Up di dicembre 2016, diciamo ben prima della moda Geolier etc.

 

Filomena Pennacchio

 
 

Gennaro Pasquariello

 
 
 
 

 

I Persiani, gente tanto diversa da noi, popolo affatto alieno da Dio, stirpe dal cuore incostante e il cui spirito non fu fedele al Signore, ha invaso le terre di quei cristiani, le ha devastate col ferro, con la rapina e col fuoco (...) A quelli che vogliono condannare a una morte vergognosa perforano l’ombelico, strappano i genitali, li legano a un palo e, percuotendoli con sferze, li conducono in giro, sinché, con le viscere strappate, cadono a terra prostrati (...) Si acquieti ogni dissenso ed ogni inimicizia. Prendete la via del santo Sepolcro (...) Gerusalemme (...) anela ad essere liberata. 
Papa Urbano II, Clermont, esortazione alla Prima Crociata (1095 d.C.)

 

E sei tu che mi guardi le mani?
Stella do cielo (Gianni Celeste, Clementino, Mirko Miro)

 

[Premessa per i lettori: prendete quest’articolo semplicemente come uno sguardo (limitato e a distanza) di un “non addetto ai lavori” su di una scena musicale incandescente eppur liminale che ormai da trent’anni vive e ben vegeta, maltrattata dai Media di Distruzione di Massa.]

 

GIUSEPPE AIELLO non è necessariamente (solo) un critico musicale. Tra i tanti lavori ha fatto anche il micropaleontologo. E cura pure una casa editrice che si chiama Candilita, dal nome di una minuscola formica che “è veramente il microcosmo della cattiveria, la ferocia puntualizzata”.
 
Una bestiolina che, mentre preparavo quest’articolo, ho incontrato a Vendicari, a sud di Siracusa, essendomi addentrato - distrattamente a schiena nuda - su per un fico. Dopo ingloriosa ritirata e doccia bollente, ne trovai soltanto una di ‘ste maledette, ma i suoi effetti erano stati quelli descritti in www.Candilita.it: “un pizzicore tra prurito e dolore cocente, che non lascia più pace” culminante in “una vera e propria smania nervosa che ci porta a maledire la foresta, il fiume, le formiche e noi stessi”. Quale bella metafora di uno spirito rivoluzionario.
 
Dobbiamo proprio a Peppe il termine neomelodico: coniato ‘per caso’ (e poi da tutti utilizzato) per definire una musica che - ci hanno detto - dobbiamo rifuggire al pari di una candilita. Anche se chiunque, informato e dotato di normale spirito critico, non può che chiedersi: epperché?
 
Vista dalla Lombardia questa cronaca a senso unico sembrerebbe legata al fatto che la cantata pop in napoletano risulta fastidiosa a chi non la capisce.
 
Che strano dialetto! fatto d’assimilazioni (ammasciat non ambasciata), pleonasmi (songo invece di sono), aferesi (rasc’ invece di brace), betacismi (varv non barba), metatesi (crap non capra) per tacere di quelle p che diventano k (kiang’ - da piangere) o le vocali finali che tendono a confluire in un suono pastoso e indistinto - se mai vi arrivano.
 
Grazie a ciò il dialetto napoletano vola sulle note assai più musicale rispetto all’italiano, al punto che ricorda, per scioltezza sonora, il portoghese cantato dai brasiliani e - nel contempo, per via della sua concisione spesso monosillabica - è un’ottima alternativa all’inglese, la lingua franca (della mass-music) dell'occidente neo-lib.
 
Nel ‘puro’ nord italiano questa pastosità sonora del Suditalia è... Beh, usiamo pure la T-parola: roba da terroni.
 
Negli spazi mentali di molti settentrionali il napoletano sembra un italiano grottesco letto da ignoranti; questo almeno per coloro i quali - togliendo ai campani ogni dignità - son convinti che inaspettate raffinatezze linguistiche si celino invece dietro la potta o negli schèi.
 
(...)
 
Non solo. Condividendo la suddivisione utilizzata nel saggio “Neomelodici, tamarri e camorristi” di Alessandro Mazzola, oltre al disgusto “soft” che vede i neo-melodici come parodie di un’espressione pseudo ‘kulturale’ di una plebe incapace, c’è anche un disgusto “hard” teso ad infangare lo stile tutto - uno “stigma criminale che ingloba gli autori, i produttori e gli ascoltatori” visti come un continuum “dalla morale camorrista e dalla coscienza giustificazionista.”
 
Forse per questo, nella cruda verità delle cose, le canzoni neomelodiche non le odiano solo al centro-nord: sono tazzorre, anzi da ‘maomao’ anche per molti napoletani, da ‘carusi’ per molti catanesi.
 
Manco fosse un morbo contagioso, “il neomelodico” - come ammette - forse con una punta d’orgoglio - il cantante Gianni Vezzosi - “non è seguito dal dottore, dal ragioniere, dall’avvocato, dal geometra, dallo psicologo”.
 
Peppe Aiello ce lo chiarì nel suo manifesto del ‘97, intitolato “La comprensibile esistenza di una musica inaccettabile”.
 
Fu lì che descrisse le tragicomiche crisi di rigetto occorse a casa Aiello appena  sottopose alcuni suoi amici  ad intramuscolo sonore di De Gregori / Baglioni / Masini alternate a un’endovena di Zappulla / D’Angelo / Ciro Ricci. 
 
(...)
 
Quelle mani giunte o sul cuore si rivelano parte del codice, l’indispensabile terreno comune d’intesa sul quale costruire un meta-discorso d’accettazione del contatto, o del suo rifiuto o di una tra le infinite posizioni intermedie. 
 
Millantare credito per rendere più interessante la propria narrativa è modalità benvenuta quanto la verità, perché l’informazione è potere e il potere impone precauzione. E' la pratica quotidiana dell’ “arte dell’arrangiarsi “: “The art of making do in Naples” nelle parole di un antropologo americano capitato a Napoli, finito a lavorare anche nella neomelodica.
 
(...)
 
Jason Pine è un personaggio che stento a credere esista per davvero. Un newyorchese che, capitato nel ‘98 a Napoli per approfondire il tema della gestualità napoletana (da un saggio del 1832 di Andrea de Jorio), finisce per abitarvici 11 anni. C’è chi lo sospettò parte di un piano, lì solo per organizzare prove e magari la maxi-retata. Niente di tutto questo: Jason era lì solo per passione del suo lavoro.
 
Si lasciò cadere a peso morto studiando i neomel da etnografo qual’era. Sì etnografo: una specie di antropologo che - semplifico - ci dice chi siamo studiando dove viviamo. Divenne così “‘o ammerican'”, il video-operatore di uno studio di registrazione neomelodico gestito da un boss-impresario (o così i maligni dicono). Ed è proprio nell’acqua salmastra della zona di contatto che s’incrocia il neomel, lo stile musicale che, economicamente parlando, è la più vera “musica alternativa italiana”: differenti produzione, distribuzione, promozione e - almeno in parte - pubblico.
 
Se volete leggere di questo mondo prepotentemente coinvolgente, con sentimenti contrastanti in bilico tra “moti d’affetto e paranoia”, potete leggere “Napoli sotto traccia” (Donzelli, 2015) che ne descrive l’avventura. Indimenticabile anche per Jason, come deduco dalla sua fulminea risposta quando - qualche mese fa - gli chiesi di dare “un voto da 1 a 10” all’esperienza: “Dieci: mi ha cambiato dentro.

(...)

 

Pubblicato nel numero di dicembre 2016, BlowUp magazine.