Luca D. Majer
Musica  ed altro  
 
Slavoj Žižek e l'insostenibile pesantezza degli anni Dieci.

"Erano i tempi migliori, erano i tempi peggiori."
(Charles Dickens - citazione sul podio della cerimonia di chiusura: Olimpiadi di Londra 2012)

R.O.M., Toronto

 

 

Non c'è il fato nel vasto panorama di ineguaglianze che associamo con l'economia e la loro iniqua distribuzione tra "buoni" e "cattivi": solo un set di irriversibilità costruito nel tempo.
Bruno Latour, Copenhagen 2013


La maggioranza degli economisti oggi sottolinea come la speculazione del capitale della finanza globale sia avulsa dall’economia “sostanziale”. Quello che non osservano, invece, è che l’economia sostanziale in quanto tale è anch’essa guidata da un’illusione, e che tale è la natura dell’economia capitalista.
Kojin Karatani (sulla ‘realtà’ di un sistema in cui i risparmi di una vita possono svanire in una notte)

 
Tutti noi accettiamo il capitalismo liberale democratico, anche durante questo disastro pan-Europeo. Timidamente chiediamo: ‘Oh, potremmo avere un po’ più di diritti per le minoranze? Un po’ più sanità pubblica?’ Ma nessuno discute la cornice. E questo è il vero trionfo dell’ideologia.
SZ a The Guardian, 2011

 
 
“Il più pericoloso filosofo dell’Occidente” e anche “l’Elvis Presley della teoria culturale” è nato il primo giorno di primavera ‘49: uno sloveno, il “gigante di Ljubljani”. È noto per aver mischiato due autori ostici come Hegel e Lacan ed essere in uggia a molti per avere costruito una persona pubblica da filosofo sui generis che prende spunto anche dai meccanismi della celebrity.
 
Ad esempio si sa che la sua casa ideale è composta solo da spazi secondari: bagni, corridoi, cucine, ripostigli: da cui la credenza della sua cucina a Lubiana, piena di mutande e calze. Ha poi il tic di strofinarsi il naso ogni due per tre, strappandosi a scatti la maglietta, con una blesità accentuata che gli fa sibilare le parole mentre parla, con T-shirt spiegazzate e un look minimal, ma occhi d’acciaio. Con un’ex-moglie modella argentina che di nome faceva Analia e poteva essere sua nipote e una moglie attuale (avvenente giornalista slovena) più giovane di trent’anni.
 
Noto anche per una cataclismatica tendenza ad accattivare (o scandalizzare) il pubblico con periodiche digressioni che di norma girano attorno ad alcuni nomi-totem del suo universo: la Santa Trinità (Hegel, Marx, Lacan), Kant, l’ideologia del capitalismo ‘post-moderno’ nella cultura di massa e nel terrorismo, Wagner, Stalin e ovviamente Hitchcock. Finendo con spolverate di barzellette. Sporche; ‘razziste’. (“Come si masturbano i Montenegrini, pigri di natura e nati in terra vocata ai sismi? Scavano un buco nel terreno, ci infilano il pisello e aspettano il prossimo terremoto.”) Ma nell’esercito della vecchia Jugoslavia, assicura, “queste barzellette aiutavano a creare spirito di corpo tra i soldati”: fu solo con l’inizio dei conflitti dei ‘90 che sparirono. 
 
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Edward R. O’Neill è invece meno sbilanciato nelle critiche, talora non lontano dal giusto: “In assenza di un metodo [facilmente] identificabile, una gamma intossicante di strategie retoriche pazzamente divertenti e spesso assai fastidiose vengono utilizzate per ingannare, intimidire, interdire, abbagliare, confondere, indurre in errore, sopraffare e in generale sottomettere il lettore verso l’accettazione [della sua tesi].”
 
Dalla sua SZ, da buon comunista e studioso lacaniano, gode a rivoltare i sassi del nostro quotidiano letti con un approccio apparentemente a-sistematico, per trovare sotto ad ogni sasso frammenti di un’ideologia mimetica e onnipresente. Del capitalismo ammira la sua dirompente energia e del cosiddetto libero mercato alcuni suoi prodotti secondari, tipo il greco Varoufakis e - forse davvero - Assange.
 
Ma, da stalinista non dichiarato, è realista rispetto al feticcio democratico agitato dal Capitale. È solo dall’immenso drone creato dai suoi numerosi libri e interventi che, al netto dei depistaggi ed omissioni (che - pure - distilla come uno schnappsmeister,) puoi percepire un preciso ordine sotto quell’apparente caos.
 

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LA PARALLASSE
 
Si deve a Kojin Karatani la formulazione della cosiddetta “visione parallattica” applicata a Kant. Karatani afferma che - davanti all’antinomia nel senso kantiano del termine - dovremmo (per citare Žižek che ne parla in "Interrogating the Real" e ne "The Parallax View") “resistere alla tentazione di ridurre un aspetto all’altro (o, alla stessa stregua, effettuare una sorta di ‘sintesi dialettica’ degli opposti). Uno dovrebbe invece riaffermare l’antinomia come irriducibile e concepire il punto di critica radicale non come una certa posizione opposta ad un’altra posizione, bensì come l’irriducibile gap tra le posizioni stesse, l’interstizio puramente strutturale tra di essi.
 
Da quei libri (sì: le pubblicazioni di SZ a volte si ripetono, più o meno con le stesse parole) Žižek approfondisce la portata del concetto di parallasse, al punto di farne uno strumento che ricorre in molti suoi libri, come il massiccio - e talora sublime - "Living in the End of Times" (che trovate come molti dei suoi libri vuoi gratuitamente come pdf inglese nel web o in paperback o brossura su Amazon: la scelta è vostra.)
 
Ciò che quindi DAVVERO interessa è lo spazio irriducibile di quella discontinuità, il gap parallattico. La parallasse può - insomma - presentarsi semplicemente come il mutamento di un oggetto in virtù di uno spostamento del punto di vista; può venire osservata nella dinamica spaziale di oggetti come le architetture di Gehry e Liebeskind, forme che tendono ad accentuare i punti di vista inconciliabili, che aggrappano protesi inconcepibili su edifici preesistenti, come nel caso del Royal Ontario Museum di Toronto: architetture inquietanti per tempi inquietanti.
 
Anche la variazione di prospettive secondo un’asse temporale può far nascere un gap parallattico, come suggerivano alcune immagini in time-lapse di "Koyaanisqatsi." Anzi, a voler seguire la didattica zizekiana, ci sono parallassi d’ogni tipo: pittorico (la Gioconda: “quest’irriducibile gap tra il ‘soggetto’ e il suo sfondo”), politico, musicale, architettonico, quello intrinseco alla teoria dei quanti, alla neurobiologia, al Reale di Lacan (che “non ha una consistenza positivo-sostanziale, è solo il gap tra la moltitudine di prospettive su di esso”) e lo status parallattico della filosofia per sé.
 
Un twist Žižekiano unico è quello di associare parallasse a “il piccolo oggetto a” lacaniano, ovvero all’“oggetto-causa di desiderio”, ciò che consente di trasformare un ordinario oggetto in quello che “è il fuoco del mio investimento libidico”. Quel “ je-ne-sais-pas-quoi nell’oggetto che non può venire ridotto ad alcuna delle sue particolare proprietà” e che - banalmente - ci fa perder la testa a ottant’anni per una giovane cingalese.
 
Ma come associarlo alla parallasse? Be’, ecco come lo spiega SZ: “L’oggetto a è vicino alla definizione kantiana di oggetto trascendente, in quanto rappresenta la x sconosciuta, il cuore noumenico dell’oggetto oltre le apparenze”. L’“objet petit a” può così venir definito come un oggetto puramente parallattico: non solo i suoi contorni cambiano con lo spostamento del soggetto; esiste solo - la sua presenza può essere avvertita solamente - quando l’ambiente è guardato solo da una certa prospettiva”. 
 
Anzi, per Žižek quel piccolo oggetto a (“quella X non conoscibile che per sempre elude la presa del simbolico e per ciò causa la molteplicità delle prospettive simboliche”) è la CAUSA alla base del gap parallattico che nasce “quando emerge una pura differenza - una differenza che non è più una differenza tra due oggetti positivamente esistenti, ma una minima differenza che divide quell’uno e unico oggetto da se stesso”. 
 
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Sulla musica Žižek in genere è fondamentalmente idealista: "come ha detto Schopenhauer, la musica rende la volontà del Noumeno, mentre il linguaggio resta limitato al livello della rappresentazione fenomenica".  E la musica durissima dei Rammstein ne è buon esempio in quanto "esemplifica perfettamente la distinzione tra senso e presenza, la tensione in un lavoro d'arte tra la dimensione ermeneutica e la dimensione di presenza 'da questa parte dell'ermeneutica', una dimensione che Lacan ha indicato col termine sinthome (formula-nodo della jouissance) in opposizione al sintomo (portatore di significato)".

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Pubblicato in BlowUp Magazine, luglio/agosto 2016