Invece, per usare l’argentino Diego Fischermann (www.pagina12.com), quella sera il rituale del concerto fece sì “che il silenzio si appropriasse di questo momento, che gli applausi tiepidi, timidissimi - come per non rompere un clima che sembrava quasi aver più valore di qualsiasi altra cosa - fossero ingoiati come la luce dai buchi neri”.
Piange Joâo a sentir Caetano cantargli a fianco, seduto con le mani intrecciate e a fronte talora aggrottata, Chega de Saudade (“basta con la tristezza”), l’immortale canzone d’amore popolare, e chi non piange con lui?
Qui c’è la saggezza popolare che commenta l’innamorato lontano dalla sua amata e il piacere di rivederla (“ah se ritornasse che bella cosa, che cosa pazza: perché sono meno i pesciolini nell’oceano di quanti bacini le darei sulla sua bocca, tra le mie braccia.”)
Soprattutto, come dice Fischermann, c’è il silenzio. Che è il segreto del vero musicista: di Frank Sinatra, del suo emulo (nei tempi dei fraseggi) Miles Davis, e che quel furbacchione di John Cage eresse a monumento della “fine della musica”. Ma che tutti sanno che, senza di lui (non: esso), non c’è musica ma cacofonia e horror vacui churrigueresco.
Le corde della chitarra di João, cullate dolcemente da unghie 68enni, saltellano ogni tanto in una sincope e creano con piccole pennellate un universo sonoro sul quale i due cantano come m’immagino facessero nell’antichità: senza amplificatori, senza impostazione o spine elettriche; due voci che si complementano senza soluzione di continuità, eppure, nella loro forte somiglianza, indicano orgogliose le origini dei loro rispettivi geni e psichismi.
Avevano iniziato con Desafinado, la storia di un amante, fotografo e ahimè stonato, che chiede venia alla sua amata, perché “anche gli stonati hanno cuore”. Raccontata con una struttura armonica che è stata subito diventata parte della Bibbia dei jazzisti di tutto il mondo, ma che - come il tocco non-chitarristico di João - saltella e fa capriole e cerca nuove risoluzioni con uno stile nuovo (“questa è bossa nova/questo è molto naturale.”)
E poi s’erano improvvisato un involontario sketch quando João s’inventa di dire al pubblico che non si ricorda più le parole di Besame Mucho “ma Caetano le sa bene” dice; e lascia libero Caetano di teneramente esprimere la melodia immortale in punta di silenzio, finendo da unico cantante il pezzo, accompagnato dalla chitarra del padre tutelare. Per poi esigere bis, redarguendo il maestro - “Voçe não cantou João”: tu non hai cantato - e finisce che il maestro supera ancora una volta l’allievo inventandosi modi inusuali di suddividere le sillabe nelle misure, come un flauto di Hariprasad Chaurasia farebbe in un raga del mattino.
Un concerto fatato, che ti lascia capire che quello che sta avvenendo è una somma che eccede l’aritmetica e che c’è qualcos’altro che musica popolare. Espressione d’intimità, di vicinanza al sussurro notturno, eppure candida, con un modo di esprimersi elementare, come fatto di più elementi, che s’incastrano: il ritmo saltellante, il silenzio a corteggiare ogni nota della melodia, e gli armonici di quelle due voci storiche, tra la più alta espressione musicale - una delle quali ancora vivente. E grazia, molta grazia.
È anche una stilettata involontaria al dumbing down che è stata la “cifra stilistica” da quell’anno in qua - quanto oggi la musica di successo è volgare e sempliciotta, questa è musica altamente sofisticata, che fa utilizzo completo di quanto la chitarra possa dare, eppure suonata con un candore disarmante, insieme a quei borbottii sillabici di João, a far da controcanto.
Un segno che gli ultimi 50 anni son stati fautori di un progresso (tecnico, per dirla con Jacques Ellul) che invece di farci progredire ci ammutolisce tentandoci verso la brutalità, pure musicale.
Per cui i brigantini -con gli strilli di Beyoncé come ritmo- solcano rotte opposte a quelle varcate da chi cerca queste prelibate baie sonore brasiliane.
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