“Perfect Lives is just the great Mid-West, and no story has a beginning or an end. It's all digressions.”
[Robert Ashley, 1989]
The mistery of the balances is there.
The Masonic secret lies in there.
The church forbids its angels entry there.
The Gypsies camp there/Blood is exchanged there.
Mothers weep there/It is night there.
30 and some number is 62/And that number with 10 is 42.
That number translates now to then./That number is the answer.
In the way the numbers answer.
That simple notion, a coincidence amongst coincidences is all one needs to know.
(Perfect Lives, Robert Ashley)
38 anni fa (uf!) nel rischiosissimo lavoro di predire il futuro, dopo aver visto due episodi di "Perfect Lives" di Robert Ashley rappresentati al Teatro di Porta Romana a Milano, terminavo il mio commento al concerto così:
“... affiancare gli estremi razionalmente inconciliabili: Jarrett va - quasi - alla Scala, Beethoven nei Palasport, il Pop Group in discoteca, l'Art Ensemble of Chicago in un anfiteatro greco, Bob Dylan alla baggina, Fripp nei negozi di dischi. Solo Ashley deve restare in teatro?”
("Due sorpassi", Discoteca Hi-Fi, maggio 1980)
Oggi Ashley è stato suonato anche nei corridoi di un supermercato; in un bar; per strada. E - pure - Jarrett è andato alla Scala. E altri "estremi inconciliabili" si sono avverati. Ma quell'anno Ottanta ci faceva credere che - nello spirito - sarebbero state belle cose. E in un certo senso lo sono state. Dipendendo dal punto di vista.
Oggi è diverso. Con una catena del valore dell'arte sconvolta grazie soprattutto alla Tecnica, il gesto artistico vale quasi quanto il lavoro dei braccianti agricoli e il valore è stato risucchiato da pochi, monopolistici gangli elettronici (tipo YouTube - primus inter pares della pirateria musicale, per dirla con Gianfranco Marziano) che hanno il destro di distribuirla.
L'arte, come bilie gettate su un pavimento, s'è sparpagliata ovunque, gioco forza, e si è felici a poter eseguire Morton Feldman anche solo servisse da introduzione alla mostra di "monili creati con capsule Nespresso usate".
I concerti sono l'unico modo di vivere di musica, ma è sempre più difficile riempire le sale senza comprarsi i pacchetti di "likes" e crearsi un seguito virtuale che ne attragga uno vero. Così va l'arte - sponsorizzata fino all'ultimo bottone - e a Milano paghi una banca per veder la sua collezione di quadri.
[…]
Bob ci ha lasciato che il prossimo marzo fanno quattro anni, ma gente così non è mai “più qui”. Era nato ad Ann Arbor, Michigan e da lì se guidi un’ora verso Est sei a Detroit; un’ora e mezza verso Sud e sei in Ohio. E due ore verso Sud-Ovest c’è l’Indiana.
Cioè: puro Mid-West. Che è un pilastro della sua vita artistica (e dell’America, perché in fondo è la “terra di mezzo” a far gli americani; NY e California sono altre cose) anche se Bob visse per 40 anni a New York, perché “c’è questa cosa che se una cosa esce da New York la gente ti prende più sul serio”.
Bob. Che fino ai venticinque anni si era sviluppato una carriera da pianista concertista, con studi in composizione ad Ann Arbor e poi a New York. Vissuta quella vita per un po’ - però - si disse “mica voglio fare questa cosa per sempre” e così si trovò a fare il compositore.
E quando, per caso, non trovò nessuno libero per eseguire la parte vocale che aveva scritto si mise a farla lui. E da quel momento divenne la voce più riconoscibile, suadente ed ammaliante che io conosca.
Non fu così esattamente dall’inizio. In effetti la sua voce era comparsa in palco nel 1964 quando (nientepopodimeno di) Morton Feldman aveva rimpallato al giovin Bob un amico cantante che gli chiedeva di scrivere un pezzo per lui.
Bob ci dice d’esser “saltato sull’occasione” propostagli da Feldman “sapendo perfettamente che il cantante non avrebbe mai eseguito il pezzo che avevo in mente” ma che d’altronde “quello era il modo in cui le cose avvenivano, in quei torvi giorni”.
Ne uscì un febbrile tormento rumoristico elettronico/vocale in pompa magna (The Wolfman - 1964), vero pre-industrial hard-core: che ovviamente il cantante rifiutò di cantare. Così Bob dovette - diciamo così - “cantarlo lui” ed era una amorevole tiritera di una sola sillaba che non so dirvi che sillaba è, anche se Bob giura che nessun suono vocale fu tirato fuori oltre il livello di una normale conversazione. Eppure se ascolti The Wolfman sembra che cinque Unni stiano a urlarti nelle orecchie, grazie al Larsen.
Sta di fatto che Morton amò la tiritera unna al punto di scriverne incensanti lodi. [Quando Bob la suonò in pubblico le reazioni furono simili a quelle dei primi concerti dei Suicide. Solo che Bob era più duro col reverendo Larsen e tutto l’ambaradàn del rumore.
Per fortuna non gli tirarono (come fecero con Alan Vega) un’ascia sul palco. Forse pensavano che fosse rispettabile avanguardia; ma d’insulti? kili].
(...)
Mito sconosciuto ai più, a chi lo conosce e lo ama la sua musica dice cose come:
“è da trentadue anni che Bob Ashley mi è entrato nel sangue”.
O anche:
“quando morirò vorrei che i miei amici si ascoltino Bob Ashley, invece di farmi un funerale”.
E c’è chi lo considera
“assolutamente seducente, misteriosamente ipnotico, che ti tira dentro il suo criptico mondo come un vortice”
e chi trova che i suoi testi traffichino “nella giunzione tra poesia, narrazione e saggio”. E quel fine attore che è Spalding Grey disse, di “Perfect Lives”:
“è un apparentemente infinito e perfetto territorio onirico di musicalità della parola parlata (...) Galleggia nella mia testa come un sogno memorabile e sempre cangiante.”
Lavori imponenti? Schiaccianti? Niente di tutto ciò. Il sestetto d’opere di cui “Private Lives” è parte centrale - dieci ore di musica in tutto - Ashley lo vede come un insieme di lavori
“fatti per essere ascoltati e visti seduti su un divano, facendosi un drink, occasionalmente uno snack, occasionalmente andando in bagno, e alla fine dando forfait e andando a letto per via di una stressante giornata al lavoro. Vanno visti parecchie volte. I dettagli si accumulano e alla fine c’è una favilla dell’idea di fondo. Questa è la mia idea di opera”.
Una scrittura a strati che specularmente richiede (beh, forse questo è un po’ troppo. Diciamo: suggerirebbe) un apprendimento stratificato da parte dell’ascoltatore, qualora lo voglia.
Il libretto delle sue opere è stato associato allo stream of consciousness, anche se Bob rifiutava il termine perché i suoi libretti in effetti raccontano precise storie, anche se con una sequenza tutta loro, e - da “inesauribile perfezionista” - restano pur sempre “strutture retoriche basate su templates musicali”, anche se difficilmente distinguibili.
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Pubblicato su BlowUp magazine, gennaio 2018